Da fabbricante d’armi a sminatore

Emanuela Arcaleni, l’Altrapagina | novembre 2025

“Ho progettato, costruito e venduto due milioni e mezzo di mine antiuomo. Ne ho tolte migliaia, per quasi vent’anni, tutte lungo la dorsale minata dei Balcani, dal Kosovo alla Serbia fino alla Bosnia, rimettendo in funzione abitazioni, scuole, fabbri-che, terreni agricoli, acquedotti e stazioni ferroviarie. In queste cifre si racchiudono, simbolica- mente, le due vite che ho vissuto. Dal punto di vista numerico, il bilancio è impari. Da quello della mia coscienza pure, perché il male compiuto resta. Per sempre».

Per la prima volta un ex fabbricante di armi, che nella sua carriera ha progettato e venduto due milioni e mezzo di mine antiuomo, racconta senza reticenze le due vite che ha vissuto: da fabbricante di strumenti bellici a operatore umanitario.

È la storia vera di Vito Alfieri Fontana che per oltre vent’anni, alla guida dell’azienda di famiglia, ha progettato e prodotto mine vendendole in diversi Paesi del mondo. Poi, nei primi anni Novanta, il figlio gli chiede: «Ma tu, papa, sei un assassino?», innescando – in parallelo con l’avvio della Campagna internazionale per la messa al bando delle mine antiuomo, guidata in Italia anche da Gino Strada – una lacerante conversione personale che lo porta a cambiare vita.

Nel 1993 Fontana decide di chiudere con l’azienda di famiglia; nel 1997 va a Oslo come consulente della Campagna accanto all’attivista statunitense Jody Williams, che per questo impegno riceverà il Nobel per la pace. Due anni dopo comincia la sua seconda vita. Con l’Ong Intersos inizia il suo impegno di sminatore nei Balcani, per permettere alle popolazioni appena uscite dalla guerra un ritorno alla normalità. Una vicenda drammatica che, a partire dal racconto in prima persona di una vita eccezionale, interroga ciascuno sulle responsabilità dei singoli rispetto ai fatti della Storia.

Ci può raccontare la vita alla Tecnovar e il lavoro, che nel brano appare molto professionale e tecnico? Che tipo di armi produceva e chi erano i destinatari acquirenti?

«Era una vita normale, in un ambiente normale. Sei un buon borghese che guadagna soldi la- vorando. Le mine che producevamo non avevano per obiettivo l’uomo, mai pensarci, bensì una piastra d’acciaio da perforare dopo l’esplosione. I clienti erano i governi di una dozzina di nazioni da tutto il mondo».

A un certo punto è arrivata la crisi e la “conversione”. Il momento topico che lei racconta coinvolge suo figlio: la domanda di Ludovico si inserisce in una crepa della coscienza, già incrinata. Come è arrivato a questo punto?

«Perché devi farle tu? Era una domanda innocente così come è innocente ogni vittima di guerra. Ho pensato che fosse arrivato il momento di cambiare. Ci sono state poi altre sollecitazioni da altre persone care come don Tonino Bello, Gino Strada, Jody Williams (il premio Nobel per la pace del 1997). Rimanere in quel settore era diventato impossibile».

Quale ruolo hanno avuto i suoi familiari nel processo che lo hanno portato a chiudere la Tecnovar e a cambiare vita? Quali vissuti può raccontare?

«Se non avessi avuto accanto mia moglie e i miei figli sicuramente avrei preso altre strade: se non hai al tuo fianco un amore Sincero e onesto puoi tranquillamente passare dalla parte dei trafficanti di armi».

La SVOLTA tanto agognata arriva con la telefonata che le propone un incarico di smi-natore in Kosovo. Con quali contrasti interiori l’ha vissuta e quali risvolti sociali ha comportato?

«Avendo deciso di non accettare più forniture militari, l’azienda ha declinato naturalmente verso la chiusura. Arrivare in Kosovo non è stato facile: i nuovi colleghi degli altri settori umanitari non si fidavano e ho avuto momenti di solitudine terribile. Il problema comunque erano le mine e non l’opinione di qualcuno».

Alla luce della sua esperienza, oggi che futuro vede? Cosa pensa della corsa agli armamenti generalizzata che si è scatenata a livello planetario?

«Le guerre le pianificano i potenti, le combattono i violenti, le subiscono i poveri. Si è fatto buio e bisogna tenere accesa la luce di ogni pace possibile. Difficile ma fattibile …come bonificare un campo minato».