L’uomo al centro del caos
C’è una linea sottile, quasi invisibile, che unisce La dolce vita (1960) e 8½ (1963): il volto di Marcello Mastroianni, specchio malinconico dell’uomo moderno in bilico tra fascino e smarrimento.
In entrambi i film, Federico Fellini mette in scena la stessa figura – prima come giornalista mondano, poi come regista in crisi – e, attraverso questa, esplora il tema contemporaneo dell’inappagamento, della difficoltà di trovare pace nell’amore o nella creazione artistica.
Marcello e Guido: due volti nello stesso uomo – analogie e differenze
Marcello Rubini, cronista che vaga tra feste, salotti e albe romane, è alla ricerca di un senso che non trova mai. Guido Anselmi, regista in preda a una crisi creativa, come Marcello, insegue la stessa assenza. Il primo si perde nella mondanità, il secondo nella sua mente.
Eppure, entrambi soffrono della stessa malattia: l’incapacità di vivere pienamente l’amore di una donna o un’idea. Ogni desiderio si consuma nel momento in cui diventa reale – “questo tipo (il protagonista a sé stesso n.d.r.) cambia strada ogni giorno perché ha paura di perdere quella giusta, e sta mordendo, come dissanguato” (da 8½). Entrambi soffrono un sentimento di inappagamento, costantemente insoddisfatti da una donna, persuasi che potesse dare una svolta alla loro vita, o da un’idea, che prontamente abbandonano per la sfiducia in sé stessi.

Il desiderio dell’irraggiungibile
Nei due film, Fellini racconta un maschile che vive solo nel desiderio. Marcello e Guido non amano davvero le donne che vogliono: amano l’immagine che hanno di loro. Una forma di nostalgia per qualcosa che non è mai esistito, una ricerca costante dell’assoluto attraverso la seduzione, l’arte, la fuga. L’irraggiungibile diventa così la vera amante di entrambi. Quando la donna è troppo vicina, stanca; quando si allontana, manca. È un movimento costante di avvicinamento e perdita, una marea emotiva dell’uomo che riesce ad apprezzare, cioè, che già possiede e “non sa voler bene”.
Il vero dramma nei due non è erotico, ma spirituale. I protagonisti non mancano certo di donne, ma di un’ancora, un fulcro saldo. Sono uomini che non sanno amare perché non sanno più cosa guardare, perché “vogliono prendere tutto, arraffare tutto, non sanno rinunciare a niente” (da 8½).
Nella celebre scena dell’harem di 8½, Guido si immagina in una dimensione onirica, circondato da tutte le donne della sua vita. È il sovrano di un mondo femminile ideale dove da tutte è amato e rispettato. Ma questa illusione si sfalda prontamente: le donne si ribellano, lo deridono, lo smascherano.
In mezzo a loro, quasi dimenticata, c’è Luisa, la moglie. Non la musa affascinante e idealizzata, ma la realtà ridotta a una figura domestica, quasi una serva emarginata: paradossalmente Guido si accorge di come lei sia l’unica non costruita ed è proprio questo che la rende la più attraente fra tutte.
Guido la teme e la ama: la sua attrazione per lei nasce dal fatto che, a differenza delle altre, non può possederla nella fantasia, Luisa è ciò che resta quando il sogno svanisce.
Nella scena finale di 8½, Guido accetta finalmente il proprio caos: fa entrare nel cerchio tutte le figure che lo abitano, uomini e donne, sogni e ricordi, vita e finzione. È un atto di resa e dunque di rinascita. È abbracciando e accettando il male che si può vivere appieno. Lì dove Marcello, sulla spiaggia de
La dolce vita, non riesce a sentire la voce della ragazza che lo chiama, Guido finalmente ascolta.
Dal mondo al sogno: la traiettoria felliniana
La dolce vita (1960) è l’esterno: la Roma notturna, la società del boom e del secondo dopoguerra, la vertigine dei flash e delle feste mondane. 8½ (1963) è l’interno: la mente dell’artista, la solitudine del genio, il disordine del sogno e Fellini, passando da un film all’altro, sposta la crisi dal sociale al personale, dal corpo all’anima.
Conclusione: il sogno come verità
Forse Fellini, attraverso Marcello e Guido, ha messo in scena la parabola dell’uomo del Novecento: sedotto dalle immagini, imprigionato nel desiderio, ma capace – a un certo punto – di riconoscere la propria fragilità.
La vera “dolce vita” non è quella delle notti romane, ma quella che si intravede solo quando il sogno si confonde con la verità, e l’amore smette di essere un’illusione per diventare accettazione del limite.
Autore: Andrea Scalambretti • Editore: euJournal • Copertina: Wikimedia Commons • Scarica articolo