ITALIA | Europa, riarmo e welfare: una difesa alternativa europea. Presentazione del Rapporto di ricerca “Europa: quale difesa?” alla Camera dei deputati

«Europa: quale difesa?» è il titolo del Rapporto di ricerca realizzato da Archivio Disarmo presentato venerdì 5 giugno presso la Camera dei deputati. Un lavoro che raccoglie analisi e proposte per ripensare la Difesa europea.

Lo studio, promosso dall’europarlamentare del Gruppo Socialisti e Democratici Marco Tarquinio e realizzato dall’Istituto di Ricerche Internazionali Archivio Disarmo (IRIAD), propone una riflessione critica sul concetto di difesa sviluppatosi nel secondo dopoguerra e avanza una visione alternativa della difesa comune europea. Al centro dell’analisi vi è il rifiuto di una concezione fondata esclusivamente sulla dimensione militare, a favore di un modello che integri difesa, diplomazia, cooperazione e prevenzione dei conflitti.

E’ possibile immaginare una politica europea della Sicurezza, e quindi l’attuazione del relativo strumento Difesa, che non siano fondati unicamente sulla forza delle armi?

Questa è la domanda che apre la ricerca. Un interrogativo tanto lecito quanto legittimo in un contesto internazionale segnato da un livello di instabilità senza precedenti dalla fine della Seconda guerra mondiale. Il piano di riarmo europeo (ReArm Europe/Readiness 2030) di 800 miliardi e l’impegno NATO di destinare entro 2035 il 5% del PIL per lo strumento Difesa alimentano questa instabilità, regionale quanto internazionale.

Nel 2025, i 27 Paesi dell’Unione europea si collocano al secondo posto, dopo gli Stati Uniti (929 miliardi di dollari), nella spesa per la Difesa raggiungendo i 430 miliardi di dollari, superando anche la Cina, ferma a 335 miliardi (SIPRI, 2026). Oltre a spendere troppo, i Ventisette spendono male, in quanto ciascuno programma e attua la propria spesa militare indipendentemente l’uno dall’altro.

Più armi, meno welfare

Tre sono le vie per sostenere gli obiettivi di spesa: ampliamento del gettito fiscale, aumento del debito o riduzione della spesa per il welfare.

Nella impossibilità o mancata volontà politica di perseguire le prime due strade, l’aumento esponenziale previsto per i bilanci della Difesa avverrà – se non sarà fermato – a spese dello Stato sociale. L’indebolimento di quest’ultimo, mediante il taglio delle risorse per sanità, istruzione, protezione sociale, intaccherà le basi del welfare, cioè quello che ha costituito il connotato distintivo della UE fin dalla sua nascita. L’enfasi sulla sicurezza militare avrà come risultato, paradossalmente, di minare la sicurezza indiretta che è fornita da una società coesa. (dal Rapporto, capitolo 5)

Narrazione caricaturale del pacifismo

La questione riguarda la possibilità di costruire una politica della sicurezza che non si basi esclusivamente sulla forza militare, ma che integri strumenti diversi nell’analisi e nella gestione dei conflitti. In questa prospettiva, diplomazia, dialogo, cooperazione e disarmo sono considerati elementi centrali per prevenire le crisi e contenere le dinamiche di aggressione. Il disarmo e le soluzioni diplomatiche per i conflitti e per il contenimento delle politiche aggressive sono spesso oggetto di un’interpretazione caricaturale.

Pacifismo e nonviolenza non sono da intendere come resa, ma, piuttosto, come ricerca attiva di soluzioni politiche e negoziali per evitare la guerra. Spesso chi critica il pacifismo non ne ha un’idea esatta. Non conosce né la prassi né tantomeno la teoria del pacifismo competente e della nonviolenza pragmatica. Accanto ai successi storici e alle testimonianze esistenziali Gandhi, King e Mandela, esiste una tradizione di pensiero e di valide proposte nella prospettiva politica sviluppatasi negli ultimi cinquant’anni, da Galtung a Langer e Montville.

Prospettive: il braccio militare e il braccio civile

Quando questi strumenti non sono sufficienti, resta comunque la possibilità di opporsi all’aggressione attraverso forme di resistenza, sia armate sia nonviolente e civili.

Dal rapporto, capitolo 5: A differenza dei “realisti” a tutti i costi, noi pensiamo che la sicurezza coinvolga molte e diversificate risorse. Che la Difesa includa una pluralità di mezzi: finanziari, sociali e tecnologici. Che questi debbano essere predisposti e sostenuti secondo la metafora delle “due braccia”: un braccio nonviolento, di natura civile, e un braccio armato, di natura militare. Questa logica duale è alla base della Difesa difensiva, a sua volta parte della sicurezza cooperativa. In essa tutte le fasi e le componenti – individuazione degli obiettivi strategici, pianificazione delle risorse, dottrine teoriche e applicazioni pratiche – dovrebbero essere finalizzate non a fronteggiare indiscriminatamente tutti gli altri ma a proteggere la società dalle (autentiche) minacce di alcuni.

Per il perseguimento di questi obiettivi, l’UE deve salvare due legami. Uno il legame tra la dimensione politica ed economica, e l’altro tra la dimensione politica e quella sociale. Una società coesa non si può raggiungere con la forza. Alla base deve esserci la promessa tra cittadini e governanti che la politica di sicurezza internazionale che offriranno non sarà a detrimento della sicurezza sociale nell’ambito interno.

I cittadini chiedono di essere ascoltati. Gli strumenti ci sono. Basta che chi li dirige al governo e chi li rappresenta in parlamento rinunci a propagandare tesi precostituite e si metta in una posizione di ascolto.

La proposta di una difesa civile non armata: la campagna “Un’altra difesa è possibile”

Tra le proposte che si muovono nella direzione di un modello di sicurezza alternativo a quello esclusivamente militare vi è la campagna «Un’altra difesa è possibile», promossa dalla Rete italiana pace e disarmo, Sbilanciamoci! e Conferenza nazionale enti di servizio civile (CNESC). Il 16 marzo è stata depositata presso la Corte di Cassazione una proposta di legge di iniziativa popolare per l’istituzione e il finanziamento del Dipartimento della Difesa civile, non armata e nonviolenta.

Il testo riconosce la difesa civile non armata e nonviolenta come componente del sistema nazionale di difesa e sicurezza della Repubblica, in attuazione degli articoli 2, 11 e 52 della Costituzione. La proposta prevede l’istituzione di un Dipartimento presso la Presidenza del Consiglio dei ministri con funzioni di indirizzo, coordinamento e attuazione delle politiche in materia.

All’interno della nuova struttura troverebbero spazio i Corpi civili di pace e un Istituto di ricerca per la pace e il disarmo, mentre verrebbero rafforzati i collegamenti con il Servizio civile universale, la Protezione civile e le altre strutture pubbliche impegnate nella gestione delle emergenze e nella tutela della popolazione.

La proposta introduce inoltre un Fondo nazionale per la difesa civile, non armata e nonviolenta e riconosce ai contribuenti la possibilità di destinare il sei per mille dell’Irpef al finanziamento delle attività del Dipartimento, senza alcun aggravio fiscale aggiuntivo.