Perchè i classici? Umberto Eco tra classici, canone e memoria

Che cosa rende un’opera un classico? Nel corso dell’incontro tenuto a Bologna il 9 ottobre 2002, Umberto Eco e Massimo Cacciari discutono il ruolo dei grandi testi nella formazione culturale, il valore della memoria storica e il modo in cui una società trasmette il proprio patrimonio intellettuale.

“Non abbiamo ancora deciso cosa sia un classico e ne do una definizione sociologica, cioè priva di giudizi di merito, un classico è un libro che tutti odiano perché sono stati obbligati a studiarlo a scuola. Qualcuno ha seguito sul supplemento 7 del Corriere della Sera, dove il critico ha lanciato una consultazione tra i suoi lettori, qual è il libro da buttare nel cestino, la grande maggioranza è stata ottenuta dai Promessi Sposi, un classico tipo. A me è successo un colpo di fortuna spaventoso, mio padre che non era un professionista della cultura ma figlio di un tipografo, aveva avuto alcune letture nella sua giovinezza, mi ha regalato i Promessi Sposi sei mesi prima che me lo facessero studiare a scuola.

Io quindi l’ho letto per libera scelta invece di fare i compiti di casa e mi è piaciuto moltissimo, tanto che da allora l’ho sempre letto e riletto, ma tutti i miei compagni di scuola invece l’hanno trovato come materia di studio. La scuola è organizzata in modo da farvi odiare i classici, indipendentemente dalla bravura del vostro professore, noi avevamo un professore di greco latino che adoravamo perché era così simpatico, ma lui amava troppo i classici, quindi li leggeva assaporandoli nella bocca come se mangiasse del miele, quindi non riusciva a spiegarci perché dovevano piacere a noi, noi assistevamo al grande spettacolo del suo orgasmo e così ce lo ricordiamo, dopodiché non abbiamo mai capito la bellezza di un classico.

Cos’è un classico? E’ un sopravvissuto, voi avrete sentito parlare di termini come il canone, c’è un critico come Harold  Bloom che ha già scritto un secondo libro sul canone, il canone è quell’insieme di testi che noi giudichiamo fondamentali per la nostra cultura, ma ciascuno può discutere se l’autore tale entra o non entra nel canone, ma c’è questo insieme, ma un libro entra nel canone perché è sopravvissuto, se voi leggete la poetica di Aristotele che tratta della tragedia, vedete che nomina un’infinità di tragedie, noi ne riconosciamo due o tre perché sono quelle che sono arrivate sino a noi, le altre non si sa cosa siano, sono morte per strada, erano tragedie sfigate.

Perché è sopravvissuto Sofocle e non un altro? Perché era il più bravo? Perché era il più ammanicato con gli organizzatori teatrali? Per caso, perché le sue opere non erano in quel posto che è bruciato? Non lo sappiamo, se andava un poco più male non sopravviveva Dante perché nel Settecento non lo voleva vedere più nessuno. Comunque dobbiamo avere una certa fiducia nel filtraggio storico, anzitutto qualcuno ogni tanto mi viene a spiegare che ci sono i libri seri che sono i classici, anche scritti ora ma che aspirano a diventare i classici e che ci sono invece i bestsellers che la gente pronuncia bezsellers e che sono quelli che in quanto divertono eccetera hanno una grande tiratura e non hanno valore letterario. Bene, i classici sono sopravvissuti perché erano tutti bestsellers, era un bestseller della Bibbia e lo è ancora, Dante veniva recitato anche dai fabbri ad alta voce, come vuole l’aneddoto di Boccaccio, Manzoni poveretto ci ha rimesso un sacco di soldi perché sono state fatte decine e decine di edizioni pirata dei Promessi Sposi in varie lingue, lui non prendeva diritti d’autore ma era un enorme bestseller, quindi sono sopravvissuti in quanto bestseller.

È questo un criterio attendibile? Voi sapete che esiste una pubblicità immaginaria ma non inverosimile che dice “mangiate merda, milioni di mosche non possono sbagliarsi”. Ora, ci sono due obiezioni a questa pubblicità: uno è che è anche possibile che milioni di mosche possano sbagliarsi come è possibile che milioni di cittadini votino male, secondo che può darsi che le mosche abbiano esigenze che non sono le nostre e quindi un libro era bestseller nel secondo secolo avanti Cristo perché rispondeva ad alcune esigenze che non sono più le nostre. Però, questa battuta sulle mosche si basa su un principio usato anche in teologia: è la dimostrazione dell’esistenza di Dio per consensus gentium. Non è una grande dimostrazione razionale, non ha fondamento scientifico ma dice che non potete negare l’esistenza di Dio visto che da millenni in ogni cultura le genti hanno creduto in un principio superiore. L’idea del consensus gentium è molto importante perché anche un ateo non può non tenere conto del consensus gentium e quindi può come ateo non credere in Dio ma non può prendere sottogamba il fatto che le genti nel corso dei millenni si sono posti il problema del sacro.  Quindi vedete che il consensus gentium qualche attendibilità ce l’ha.

I classici sono arrivati a noi perché sono sopravvissuti, sono sopravvissuti per ragioni darwiniane, per le stesse ragioni in cui noi Homo sapiens sapiens siamo sopravvissuti e l’uomo di Neanderthal invece si è estinto, cioè i classici sono stati più fortunati dei dinosauri. Perché? Perché ci troviamo nei classici di fronte a un problema che è quello della memoria.

La memoria è fondamentale per la vita individuale, chi improvvisamente per una lesione cerebrale perde totalmente la memoria diventa una ameba, per quello che a me non interessa il problema della reincarnazione. Non mi importa che mi dicano che mi reincarno in un cammello, se poi quel cammello non si ricorda quello di cui mi ricordo io adesso, sono affari suoi e non sono affari miei.

La memoria è fondamentale per le società sin dalla preistoria. Il vecchio seduto sotto una quercia che racconta i miti e le storie dell’epoca precedente ai giovani e quindi si tramanda questa memoria, la società vive e si sviluppa proprio perché si trascina dietro questa memoria.

Le biblioteche, altro non sono che una garanzia di sopravvivenza della memoria collettiva e con tutti i suoi difetti lo è anche il web. Senza memoria si vive di meno e si ha minore personalità. Ma ci sono anche i rischi della memoria, forse voi avete letto quella novella di Borges dove c’è un personaggio che si chiama Funes il Memorioso che ricorda tutto, ricorda ogni foglia di ogni albero che lui ha visto nella sua vita, ricorda ogni cosa che gli è successa. Ha una memoria totale ed è praticamente un imbecille perché non ce la fa, è come il web. Se noi dovessimo di colpo sapere tutto quello che c’è nel web diventeremmo pazzi. Quindi qual è la seconda virtù della memoria? La prima è quella che conserva, la seconda è quella che filtra. Guai, se la memoria sia individuale che collettiva non facesse delle decimazioni giorno per giorno e buttasse via quello che non vale la pena o che è troppo complicato ricordare, saremmo tutti come Funes il Memorioso.

Quindi i classici sono il doppio risultato dell’attività di conservazione della memoria e dell’attività di filtraggio della memoria. Dobbiamo fidarci di questo filtraggio? No. Per le stesse ragioni in cui non dobbiamo fidarci necessariamente della democrazia, può darsi che la maggioranza abbia votato in un modo, ma noi possiamo contestare che questa maggioranza abbia avuto ragione, così si contesta continuamente il filtraggio, si dice “guardate si è dimenticato Pinco Pallino, autore importantissimo del Seicento”. Le università campano su questo: di persone che vanno a ripescare come psicanalisti nella spazzatura della memoria delle cose che sono state dimenticate e le ripropongono.

Però, così come Churchill diceva che la democrazia era una pessima forma di governo, ma sinora non si è trovato nulla di meglio, così non si è trovato nulla di meglio di questa “va e vieni” continuo per cui il canone rimane sempre con un nucleo costante, ma alla periferia si arricchisce continuamente. Si decide che l’autore più famoso dell’Ottocento francese si chiamava Sue e nessuno lo legge più, contemporaneamente uno degli autori disprezzati si chiamava Dumas e, tra un mese circa, lo insediano al Pantheon.

Fate pure conto che tutti i classici sopravvissuti sono stati scelti male. È stato un incidente come se ce l’avesse fatta l’uomo di Neanderthal e non ce l’avesse fatta il sapiens sapiens. Guardate che noi oggi, per esempio, se andiamo dallo psicanalista parliamo di complesso di Edipo perché la storia ce l’ha raccontata Sofocle. Se andiamo ad analizzare i nostri modi di conoscenza di linguaggio, persino parliamo di angolo retto perché ne ha parlato Euclide, quindi leggere questi classici che sono sopravvissuti per sbaglio e ammettiamo pure per ragioni sbagliate, serve però capire come pensiamo noi. Pensiamo così per ragioni sbagliate? Non importa, però se non capiamo da dove ci arriva questo pensiero non ce la caveremo mai.

I classici, riscoperti dalla collettività che arricchisce il canone o scoperti dall’individuo che per la prima volta decide di leggere i Promessi Sposi sono pieni di deliziose sorprese. Due giorni fa Benigni è stato qui a raccontare come prima di iniziare il montaggio di un film lui si rilegga Dante e ci trovi delle tecniche di montaggio favolose. Io ho dedicato alcune pagine al montaggio televisivo dell’inizio dei Promessi Sposi che chiunque abbia una telecamera digitale e vuole riprendere qualcosa dal balcone di casa propria, farebbe bene a rileggersi l’inizio dei promessi sposi per capire come deve muoversi questa camera. Non si capiscono le macchinazioni del romanzo poliziesco se non si vanno a rileggere i colpi di scena dell’Edipo Re di Sofocle (altro che Poirot), uno dei più grandi romanzi polizieschi di tutti i secoli. Quindi sono un territorio di avventura continua.

Ma può darsi che non vi interessi niente di tutto questo. Il problema è che la lettura dei classici, con la massima libertà nell’arricchire il canone a vostro piacere, è che allungano la vita. Di solito noi diciamo che quando non succede niente il tempo non passa mai. Invece quando abbiamo trascorso ore o giorni appassionate diciamo che il tempo è volato in un minuto. Ma non è vero. Cercate di ripensare una giornata, una settimana noiosa che avete trascorso qualche tempo fa.

Ne ricorderete pochissimo. Quelle ore e quei giorni formeranno tutti nella vostra memoria una melma e uno spazio brevissimo. C’è gente che è arrivata alla fine della propria vita, dopo aver fatto ogni giorno le stesse cose, si guarda indietro e non gli pare neanche di essere stata al mondo.

Tutto è passato spaventosamente in fretta. Invece pensate a una giornata, a una settimana in cui vi sono accadute moltissime cose, una dietro l’altra, tutte emozionanti. Magari i 15 giorni che avete passato in montagna o la settimana di tragedia intorno alla morte di una persona cara, li ricorderete come giorni pienissimi che fate fatica a riassumere e avrete l’impressione di avere vissuto, per fortuna o purtroppo, a seconda della faccenda moltissimo.

E questa è una delle ragioni per cui gli uomini si sono dedicati sempre a ricostruire il loro passato. Anche per bocca dei vecchi che raccontavano intorno al fuoco. Qualcuno che insieme ai suoi ricordi personali abbia anche la memoria di quel giorno che fu assassinato Giulio Cesare, della battaglia di Waterloo, ricorda più cose di chi non sa nulla di quello che è accaduto agli altri.

Io tra i miei ricordi ne ho alcuni di molto emozionanti, di cose che non sono accadute a me, ma a mio padre, mia madre, mia nonna, a uno zio, che me le hanno raccontate, certe volte anche più e più volte, così che sono venute a far parte della mia memoria personale o delle ricchissime memorie della Prima guerra mondiale, in cui non ero ancora nato. Ricordando di più è come se avessi vissuto più a lungo. E penso che questa sia una buona ragione per leggere i classici, indipendentemente da tutte le altre che possono venire accampate.

Una volta l’editore Valentino Bompiani aveva detto un uomo che legge ne vale due. Preso nel modo più facile si può intendere che chi legge è più colto e quindi sapendo più cose avrà più successo, ma non è questo. Sappiamo benissimo che talora ha immenso successo chi non ha mai letto niente e di uomini ne vale mezzo.

Non è per il successo che bisogna leggere. Ho la sensazione di aver avuto un’infanzia lunghissima e piena, proprio perché piena di ricordi che ho rubato ad altri. Li ho rubati a Sandokan e Yanez mentre correvano con il loro Prahos i mari malesi, a D’Artagnan mentre duellava con il barone de Winter, all’uomo mascherato che inseguiva Diana Palmer e anche a Renzo e Lucia in fuga sul lago di Como, perché quel tanto di vita che si conquista leggendo non discrimina tra grandi opere d’arte e letteratura di intrattenimento.

Fanno parte della mia vita la scalinata di Odessa dell’incrociatore Potemkin e inseguimenti alla diligenza visti nel più smandrappato dei film western, anche se l’inseguimento alla diligenza di Ombre Rosse mi ha fatto vivere più a lungo di molti altri inseguimenti fatti da Randolph Scott in True Color. Ma in fondo fanno parte della mia vita anche vicende non romanzesche, storie di dinosauri, il modo in cui Madame Curie ha scoperto il radio, alcune domande millenarie sul mondo. Non fatevi ricattare da chi vi dice che bisogna leggere solo i libri importanti.

Ho ricordi intensi e bellissimi anche di libri forse scipiti, ma che mi hanno nutrito lunghi pomeriggi di eccitazione. Sono grato a tutti coloro che scrivendo per me mi hanno concesso una vita talmente lunga che non riesco a ricordarla tutto d’un colpo e devo ricordarla a rate. Per questo spero di campare ancora lungo per ricordare tutto quello che mi hanno raccontato.

Forse quando si è molto giovani non si pensa che valga la pena di vivere molto. Io mi ricordo che quando ero un ragazzo dicevo che vorrei morire a 60 anni perché così poi non si diventa malato. Ho cambiato idea.

Vi assicuro che andando avanti negli anni, già dopo i 30, avere vissuto di più non è una cosa da buttare via, a parte il fatto che se adesso scoppia la guerra metà di voi vivranno di meno. Dunque, leggere i classici di ogni epoca, compresi i classici contemporanei, è una buona assicurazione, non dico per la vecchiaia, ma per una maturità che non tarderà a venire dopo i 24 anni. Ricordate, tutto quello che si legge dopo i 24 anni non rimane, ci rimane solo quello che abbiamo letto prima, neanche ai professori dell’università. Noi dobbiamo dire il contrario.

A parte il divertimento di adesso, perché, ripeto, Edipo Re è una grande storia di amore e passione morto e inchiesta. Se ogni trasmissione televisiva è uguale a quella della settimana precedente, ogni libro, anche il più stupido, è diverso da un altro. Quindi sceglieteci, sceglietevi i vostri classici e fatevi il vostro canone”.