DISCORSI
Redazione, euJournal | 9 giugno 2026
Che cosa rende un’opera un classico? Nel corso dell’incontro tenuto a Bologna il 9 ottobre 2002, Umberto Eco e Massimo Cacciari discutono il ruolo dei grandi testi nella formazione culturale, il valore della memoria storica e il modo in cui una società trasmette il proprio patrimonio intellettuale
“I classici hanno a che fare certamente con questa dimensione della memoria attiva, selettiva. La memoria non ha a che fare con un cassetto di ricordi che possiamo estrarre a piacere a seconda delle esigenze del momento. Quindi è vero, credo, che ognuno di noi in qualche modo crea il proprio canone, a partire da quel centro di cui parlava, più o meno indiscusso, e però anche quel centro più o meno indiscusso poi viene criticato, viene sottoposto a giudizio, viene ripensato a seconda appunto dei diversi lettori e delle diverse epoche. Quindi memoria è un fatto dinamico e i classici non sono una categoria statica e però ritengo che ognuno ha i suoi classici, crea in qualche misura il suo canone e però non può esserne senza.
Cos’è classico? Classico è quel timbro di polemica o di battaglia che risuona in questo termine, se lo si sa ascoltare, il classico è qualcosa che resiste, sopravvive. Sopravvivere è un atto di resistenza in qualche modo, che resiste, che sopravvive all’ora, al modus, al semplicemente moderno, non c’è dubbio, classico ha questo significato.
Quindi è vero che ognuno di noi può avere i suoi classici, anzi necessariamente ha i suoi classici se la memoria è memoria attiva e però se non ha i suoi classici, se non si confronta costantemente con il problema del suo canone è semplicemente un moderno, vive l’ora, vive l’impersonale del momento, senza capacità critica, io ritengo, senza quella giusta distanza rispetto al modus, all’ora, che ci permette di non esserne schiavi, di non esserne servi, di non esserne al servizio. Quindi io ritengo sia necessario risvegliare, per parafrasare Leopardi, risvegliare costantemente i morti in faccia ai vivi. Leopardi diceva al sonno dei vivi, possono essere più o meno addormentati i vivi, però risvegliare i morti, quelli che sono sopravvissuti, quelli che resistono nella nostra memoria, in faccia all’ora, al momento è essenziale per non essere poi, volenti o nolenti, asserviti al momento.
Questa è la forza dei classici, la forza polemica dei classici, nei termini che Ecco ha detto. Non nei termini dei classici come una categoria data, statica, fissa. Nei termini di quel canone che è in continuo rinnovamento, che si rinnova in noi, che noi ricordiamo nel senso letterale del termine, cioè che ci portiamo nel cuore, che non è qualcosa per noi di superfluo, un vacuum. Allora è necessario per questo il classico, il nostro classico, ma se non è nostro, se noi non lo ricordiamo, non è un classico, perché non eserciterà mai quella forza polemica nei confronti dell’ora, sarà una delle tante presenze dell’ora, se non lo ricordiamo noi, se non è il nostro classico.
Certo è, come già si diceva, che un canone fondamentalmente c’è: costruito come? A caso? Io francamente non credo che sia tanto costruito a caso, certo si è rinnovato, ma anche le perdite antiche, secondo me, questa è una battuta, sono state scelte abbastanza da una memoria attiva che riconosceva in quei classici, in quegli autori, i classici, di aver dimostrato davvero una capacità di tenere, di sopravvivere, di resistere, di fare epoca. Ma poiché non voglio ripetere o continuare sul filo di questo ragionamento che già Eco ha sviluppato così brillantemente, io vorrei approfittare dell’occasione di oggi, con tanti giovani, tante scuole, per interrogarvi, anzi, interrogarci, molto direttamente su che cosa abbiamo a che fare le nostre scuole con questo discorso sul classico che avete ascoltato. Perché questo è il punto fondamentale. Il libro presentato oggi, è pieno di contributi sul significato dei classici, però forse è carente proprio da questo punto di vista.
La scuola oggi, la scholè, quel luogo nel quale liberamente, senza essere al servizio di niente, noi ci attrezziamo per resistere come persone libere all’ora, al momento, al semplice fluire del tempo. Questa è la scuola. Cosa se non questo? Ciò risuona in tutti i termini che hanno detto scuola nelle nostre lingue: paideia, bildung, formazione. Che cosa risuona? Un luogo nel quale io mi formo liberamente, e liberamente cosa significa? Mi formo un bagaglio di conoscenze, di memorie che mi permette di reagire criticamente al mio tempo, al mio momento, alla situazione in cui vivo, in cui mi trovo, che mi permette di stare in questa situazione, non di soccombere alle situazioni che mi si presentano.
Allora che cosa ha a che fare la nostra scuola con questo significato del classico che avete sentito? Questo è il punto che a me sembra sempre più problematico e su cui bisognerebbe discutere in questa occasione. Certo ci sono iniziative come quella di Dionigi a Bologna, c’è un’iniziativa a livello universitario, ma ad esempio: qual è il nesso oggi tra formazione secondaria e università? Io non lo vedo assolutamente. Dov’è oggi che viene pensato questo nesso? Se qualche nesso è stato pensato, è stato pensato tra i diversi gradi di studi diciamo precedenti, ma tra scuola media e università? Dove è stato progettato la sintesi, l’accordo tra i diversi ordini di scuola secondaria e l’università. I nessi che c’erano potevano anche non andare bene, ma sono stati semplicemente distrutti, non sostituiti da altri progetti. Una volta c’era qualche nesso tra ordini di istruzione secondaria e università. Ma oggi sono stati massacrati, non per sostituirli con altri, ma semplicemente massacrati e c’è un vallo tra scuola secondaria e università, malgrado appunto iniziative come quella di oggi.
Come è stata pensata la nostra scuola anche negli ultime decenni? Negli ultimi progetti di riforma? Non faccio assolutamente un discorso politico-politico. Secondo me vi sono fortissimi denominatori comuni, a mio avviso negativi, tra i diversi progetti di riforma che sono stati avanzati negli ultimi anni. Qual è sostanzialmente questo denominatore comune? A me pare, per parafrasare una frase che mi piace e che cito nel mio saggio in questo libro di Nietzsche, a me pare che tutti pensino la scuola come una fabbrica di impiegati, oggi la pensano così. All’opposto di ciò che risuona nel termine scuola, scholè. Esattamente l’opposto. Un processo il cui esito, il cui successo, si misura sulla quantità di impiegati a cui questo processo conduce.
Ma se è così, se la scuola è al servizio di questo esito, di questo obiettivo, si caratterizza essenzialmente come una rincorsa proprio all’ora, al modus. In una scuola così concepita, che ruolo possono avere i classici, se non quello appunto di renderli odiosi, come ricordavo all’inizio? Perché se la scuola è così pensata e organizzata, è evidente che il classico all’interno di quella scuola è qualcosa di super vacuum e gli studenti per forza lo apprendono così, a prescindere dalla bontà o dalla preparazione dell’insegnante. È una parentesi, è qualcosa di superfluo, perché se la scuola è pensata come fabbrica di impiegati e quindi al servizio di, che cosa ci stanno a fare i classici a scuola? È chiaro che è una contraddizione in termini.
La scuola, oggi, deve essere soltanto moderna, nel senso letterale del termine. Ha a che fare soltanto con il modus. Ma il classico allora è una parentesi, è qualcosa di superfluo, periferico e quindi l’insegnante può essere il più bravo del mondo, può far sapere i classici, può saperli, gustarli e può anche riuscire a trasmettere questo suo gusto, ma che comunque lo studente percepirà come una cosa non essenziale. Perché è essenziale a scuola educare ad uno spirito critico e a quella libertà che ti viene anche da quella ricchezza di esperienza, di memorie, che ti trasmettono i tuoi classici. La scuola ha questo significatoe e il classico ha questo ruolo. Che non contraddice lo studio di altre materie, la scuola insegna informatica, inglese, quello che volete, ma è scuola. E al suo interno, il classico, nell’accezzione che qui è stata riportata, svolge un ruolo essenziale, perchè la scuola è una scuola di criticità: attrezza, forma ad affrontare i dubbi, le sfide, le trasformazioni ambientali come persone libere. Scommette sulla tua libertà, scommette che tu sia capace in parresia, sia franco, libero di essere occupato senza essere al servizio, se possibile.
Allora la domanda che diventa sempre più centrale è la seguente: la nostra scuola la stiamo pensando così? O invece la stiamo pensando, almeno a livello di scuola media (vediamo anche in questa proliferazione sconclusionata dei corsi universitari all’inseguimento dell’informazione e della comunicazione) come qualcosa che deve dipendere, creare e produrre dei dipendenti? Dei semplici occupati, come quando occupavano le città?
Questa è la domanda. Perchè io temo che nelle grandi discussioni che si fanno sul superamento assolutamente necessario di ogni assetto di scuola di classe, si sia confuso questo assetto di scuola di classe con l’idea di scuola senza classici, nell’accezzione che qui è stata ricordata. Questo sarebbe una sciagura, ma non per motivi ideologici, ma perchè ritengo che una scuola senza classici, una scuola che non fa avvertire la necessità del classico, del confronto con chi sa sopravvivere, resistere all’impersonale del momento, sia assolutamente ineffettuale. E’ una scuola profondamente inattuale, io ritengo, rispetto alle esigenze dello stesso momento che viviamo. Io ritengo che questa immagine di scuola come fabbrica di occupati, dipendenti,impiegati sia una scuola che non creerà nè occupati, nè dipendenti nè impiegati. Una scuola amplissimamente superata, con un’ottica profondamente vecchia, arcaica con cui si affrontano i problemi della formazione oggi e della scuola.
Io ritengo che una scuola non di classe, ma dei classici, sia una scuola che educa allo spirito critico, che educa a quel discorso che mi collega con il momento, ma non in termini dipendenti, che mi insegna a saper stare nella mia epoca. A resistervi anche. A non dipendervi. A non esserevi semplicemente al servizio. Questa scuola è in grado di formare giovani molto piu capaci di lavorare e trovare occupazioni forti, anche creative, all’interno del nostro tempo. Oggi risulta arcaica la visione della scuola al servizio della situazione data, del mercato, del sistema produttico, del sistema comunicazione. E’ una concezione arcaica e superata.
Tanto più i giovani avranno forza all’interno del mercato del lavoro, quanto più si potranno presentare dotati di uno spirito critico, di una libertà di osservazione, di una capacità di reagire rapidamente al mutare delle situazioni. E quindi sono convinto che una scuola non di classe, ma dei classici, sia una scuola molto più utile anche alle esigenze sacrosante che i giovani avvertono.
Discorso di: Massimo Cacciari
Editore: euJournal
Categoria: Discorsi • Cultura & Società
In copertina: Fabio Benato, Leonardo Ferri, Noemi Trazzi. Massimo Cacciari, Templi di Selinute. 2023(Licenza libera, Festa della Bellezza)
Evento: 9 ottobre 2002, Aula Magna di Santa Lucia, Via Castiglione 36, Bologna. Incontro dal titolo “Perché i classici”, in margine al volume: DI FRONTE AI CLASSICI. A COLLOQUIO CON I GRECI E I LATINI a cura di Ivano Dionigi, Milano, 2002. Disponibile a: link al video su YouTube

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