La sfida dei sovietici all’istruzione americana di John F. Kennedy

24 febbraio 1958, Fondazione di Scienze Sociali Università di Denver

Siamo in crisi. Una crisi che non è cominciata con gli Sputnik dei russi, ed a cui non ha posto termine l’ Explorer americano. Infatti la nostra non è soltanto una crisi militare: la minaccia piú grave che ci sovrasta non è quella nucleare. La verità dei fatti è che noi corriamo il grave rischio di perdere la titanica gara contro i russi senza che sia stato sparato un missile solo. Un anno fa, discutendo di politica estera, certo non si sarebbe parlato dell’istruzione. Oggi non possiamo farne a meno. Io non so se veramente la battaglia di Waterloo sia stata vinta sui campi di gioco di Eton. Ma non è esagerato dire che la lotta in cui adesso siamo impegnati sarà vinta o persa nelle aule scolastiche americane.

Il perfezionamento e la conservazione di una moderna forza difensiva in stretto rapporto con l’intelligenza scientifica di cui si dispone. Già noi sappiamo che siamo indietro, quanto a satelliti, missili, motori a reazione, combustibili per razzi. Ci dicono che un nove per cento dei nostri bombardieri tattici non funzionano per mancanza di personale tecnico. Insufficienti sono le nostre catene di montaggio: infatti la produzione. di un aereo a reazione richiede personale specializzato in misura ottanta volte maggiore a quella che occorreva nel 1940 per produrre un bombardiere. Secondo il Libby, membro della commissione AEC, la forza maggiore che ci può dissuadere dal progresso nucleare è la mancanza di tecnici preparati.

Ma nel campo dell’istruzione, le nostre carenze sono anche più gravi, in rapporto alla gara per i prestigio internazionale e per la simpatia del mondo intero. Alexander Nesmeianov, presidente dell’Accademia delle Scienze Sovietica, ha promesso “grandi sforzi… per battere gli Stati Uniti su tutti i fronti scientifici”. E mentre noi ci affatichiamo a lanciare satelliti simili ai loro, i sovietici forse si accingono a registrare altri spettacolosi successi: un ciclotrone enorme, come non ne esiste in tutto il mondo libero, un mercantile o un aereo mosso da energia atomica. Può darsi che ci superino nei settori dove tradizionalmente han sempre dominato gli americani, nei calcolatori elettronici, nell’automazione. O forse i sovietici si acquisteranno prestigio mondiale con qualche strabiliante successo nel campo della biologia, della meteorologia, dell’oceanografia.

Non solo: mentre noi americani non riusciamo a preparare ingegneri e scienziati in numero sufficiente a far fronte ai nostri bisogni, oltre duemila tecnici sovietici sono al lavoro in diciannove paesi sottosviluppati. I milioni di questi nuovi abili tecnici, ha affermato il presidente Bulganin al congresso del partito comunista, sono la “riserva aurea” della Russia.

Khrusciov e Bulganin offrirono alla Birmania di costruire e di dirigere l’istituto tecnologico di Rangoon, “quale dono al popolo di Birmania del popolo dell’Unione Sovietica”. In India e in Russia ben quattromila cittadini indiani vengono addestrati dai sovietici, secondo l’accordo per l’acciaieria di Bhilai, finanziata dalla Russia. Non c’è dunque dubbio che per la gara in corso noi non dobbiamo preparare solamente missili, ma anche cervelli americani. Non c’è programma d’urto che basti a risolvere la questione. Bisogna faticosamente ricostruire, da capo a fondo, la struttura dell’istruzione americana; piú scuole e migliori, piú maestri e migliori, dalle elementari in su. Ci vorrà del tempo. Se cominciamo subito, potremo riprendere il primato, dopo il 1980, forse anche dopo il 1970. Ma il decennio dal 1960 è già perduto. Dopo tutto i russi hanno speso per l’istruzione una parte del loro reddito nazionale di due, forse due volte e mezzo, superiore alla nostra. Si calcola che entro cinque anni avranno scienziati e tecnici in numero triplo, rispetto a noi. Né sono meno importanti altre discipline, per esempio le lingue straniere. Ogni anno si pubblicano quasi un milione di articoli scientifici in lingue diverse dall’inglese.

Di recente alcuni nostri laboratori industriali spesero duecentomila dollari e cinque anni di tempo per la progettazione di circuiti elettrici. Quando ebbero finito si accorsero che quell’identico lavoro i russi l’avevano già fatto, e descritto in una loro rivista scientifica prima ancora che in America cominciassero i lavori. I russi, dal canto loro, acquistano circa il novanta per cento dei libri scientifici seri, in qualsiasi lingua escano, e li studiano. Oggi in Russia ci sono oltre quarantunmila insegnanti d’inglese. Quanti fra noi leggono il russo? La scuola obbligatoria sovietica – dieci anni – comprende, per tutti, sei anni di studio di una lingua straniera, dalla quinta classe in su: e molti allievi scelgono l’inglese.

Sono fatti che impongono seria meditazione, ed azione concreta. Non è impossibile fare in modo che dalle vostre scuole non escano piú alunni che non sanno niente di matematica, o che conoscono a memoria i nomi delle mogli di Enrico VIII, ma non dei paesi che confinano con l’Afghanistan; o studiosi dalla formazione cosí specializzata che ignorano tutto, di quel che accade attorno a loro: nomini come Lord John Russell. Di lui disse un giorno la regina Vittoria che sarebbe stato assai miglior uomo, se avesse conosciuto un terzo argomento: purtroppo egli si occupava soltanto della Costituzione del 1688, e di sé medesimo. La civiltà, secondo un vecchio adagio, è “una corsa fra l’istruzione e la catastrofe”. A voi la scelta.

18 febbraio 1958, Banchetto dell’Associazione Alunni del Loyola College Baltimora, Maryland

Noi siamo sempre partiti dal presupposto che la nostra superiore ricchezza garantisca di necessità miglior istruzione ai nostri figli. Ma a questo scopo abbiamo destinato solamente una piccola aliquota – il tre per cento al massimo – del nostro reddito nazionale, di fronte al dieci per cento dei sovietici. Andiamo orgogliosi del genio inventivo americano, ma applicandolo poi ai lussi o alle quisquilie, mentre i sovietici hanno intensificato le loro ricerche basilati: Oggi ci accorgiamo che essi hanno tradizioni di genio scientifico valide quanto le nostre. Ci siamo cullati nel presupposto secondo il quale dogmatismo marxista e repressione totalitaria avrebbero prodotto solo cervelli ottusi e teorie ridicole (come la genetica di Lisenko). Ma stasera noi non ce la sentiamo certo di ridere dello Sputnik.

Altri son convinti che ogni successo russo non sia che una rozza imitazione dei nostri. Ma la verità invece è che in molti settori proprio noi cerchiamo di imitare i russi. Un anno fa un’azienda americana chiese ai sovietici il permesso di fabbricare un trapano a turbina di progettazione sovietica. I nostri scienziati ammirano gli Sputnik dei russi. I nostri ingegneri aeronautici guardano con invidia i bombardieri a reazione intercontinentali dei sovietici. Grande impressione destò fra i nostri fisici atomici un loro reattore che produce cinquemila kilowatt di energia elettrica commerciale, e che funziona già da quattro anni.

Insomma, ci siamo ingannati molto circa i successi dell’intelligenza russa. Siamo restati in una posizione di soddisfatta inerzia, sicuri d’avere il monopolio del sapere. Abbiamo erroneamente creduto che i russi fossero tutti ignoranti, e non abbiamo capito nemmeno quanta importanza abbiano i risultati intellettuali nella corsa alla sicurezza, alla sopravvivenza. Ma i nostri insuccessi nel campo dell’istruzione non sono gravi soltanto per ciò che riguarda le armi scientifiche. I milioni di individui dei paesi neutrali hanno in mano le chiavi dell’avvenire, e vivono nelle cosiddette zone sottosviluppate. Essi non hanno bisogno di armi, né di propaganda, né di trattati; hanno bisogno di tecnici e di assistenza tecnica. Vogliono impadronirsi del sapere e vogliono vedere dei risultati. “Vedremo”, disse Khrusciov durante il suo viaggio nell’Asia Sudorientale (1956) “vedremo chi ha piú ingegneri, se gli Stati Uniti o noi.”

Da quelle zone accorrono studenti all’università di Mosca e ad altri ottimi istituti russi. Non possiamo pretendere che tornando a casa si facciano missionari degli ideali dell’Occidente. E la scienza russa può segnare al suo attivo successi anche piú spettacolosi, se riesce a trovare e ad esportare nuovi mezzi per irrigare il deserto, sfruttare il fondo dell’oceano, imbrigliare i fiumi tropicali, mutare le condizioni atmosferiche, guarire le malattie che da secoli affliggono questi popoli. Chi oggi ha il miglior sistema d’istruzione, gli Stati Uniti o l’Unione Sovietica? Un confronto diretto è diffcile e sotto molti aspetti privo di senso. Ma almeno rendiamoci conto di quel che ci sta dinanzi agli occhi.

Lo studente americano, alla fine delle scuole medie, ha avuto dodici anni di istruzione; quello russo dieci soltanto. Ma in questi dieci anni le ore di scuola sono piú di quelle che comprendono i dodicı anni americani. Gli studenti vanno a scuola sei giorni la settimana, dieci mesi l’anno. Non hanno le lunghe vacanze estive, che nel nostro paese ebbero origine dalla necessità di manodopera giovanile nei campi, per i raccolti. Un maestro russo ha in media diciassette alunni; un maestro americano ne ha ventisette. A parte le lingue straniere, lo studente russo non può scegliere a suo piacimento le materie che studierà. Il decennio scolastico comprende cinque anni obbligatori di fisica, cinque di biologia, quattro di chimica, uno di astronomia, e dieci anni filati di matematica, fino alla trigonometria e al calcolo infinitesimale. Pochissime scuole americane, forse nessuna, impongono altrettanto.

Il Presidente della Commissione per l’Energia Atomica, Strauss, ha affermato: “Non conosco scuola media pubblica, nel nostro paese, dove l’alunno riceva – seppur la voglia – una preparazione cosí completa nelle scienze e nelle matematiche; anche se quello alunno fosse, in potenza, un Einstein, un Edison, un Fermi, un Bell”. Solo una parte minima dei nostri giovani diplomati ha seguito un corso annuale di chimica. Meno ancora son quelli che per un anno han studiato fisica. Anzi, piú della metà delle nostre scuole medie non insegnano affatto la fisica. Nell’ultimo anno per il quale disponiamo di statistiche, noi abbiamo sfornato solo centoventicinque nuovi insegnanti di fisica, pur avendo almeno ventottomila istituti d’istruzione media. Anche piú sorprendente il nostro distacco nelle matematiche. In quinta classe un alunno russo impara a usare il regolo calcolatore. Lo scorso anno le scuole sovietiche hanno diplomato circa un milione e mezzo di alunni, con una completa preparazione in aritmetica, algebra, geometria, astronomia, trigonometria e calcolo infinitesimale.

Noi abbiamo diplomato meno di centomila studenti, senza alcuna nozione di matematica superiore! Forse uno dei motivi lo ha scoperto un istituto di studí sulla formazione degli insegnanti. Un’inchiesta condotta su duecentoundici futuri maestri elementari mostrò che centocinquanta di essi avevano sempre avuto in antipatia la matematica. Molte nostre scuole medie non hanno corsi di matematica superiore, e nemmeno di geometria.

Diceva a questo proposito l’ammiraglio Rickover: “Ormai dobbiamo renderci conto di questo fatto: pochi studenti americani, sui ventuno, ventidue anni, dopo quattro anni di studi universitari, ne sanno diplomati di una scuola media europea, ragazzi di dicitto. diciannove anni”. E cosa succede al livello universitario? Gli studenti universitari russi ricevono in media un numero d’ore di lezione doppio dei nostri. Ricevono inoltre uno stipendio. All’istruzione universitaria provvede lo stato, e gli insegnanti ricevono uno stipendio superiore a quello di molti altri professionisti. Di conseguenza i sovietici hanno nelle università un corpo insegnante migliore del nostro, e continuano a progredire.

Le università russe sfornano ingegneri in numero dieci volte maggiore, rispetto alla generazione scorsa; due volte e mezzo piú di noi. Educano e laureano maggior numero di scienziati. Inoltre i loro istituti tecnici diplomano specialisti in numero enorme. Anche se non hanno la capacità di un ingegnere, questi tecnici sono d’immenso valore, e per la difesa dell’Unione Sovietica, e per i programmi di aiuti all’estero. Ebbene, noi cosa possiamo fare? Star fermi ed attendere che il sistema sovietico crolli? Sperare che l’istruzione sia la causa della loro disfatta? Credere ciecamente che alla fine il nostro sistema l’avrà vinta, perché noi siamo dalla parte del giusto, perché abbiamo piú soldi, perché siamo piú intelligenti? O dobbiamo invece entrare coi russi in una gara di imitazione? Costringere gli studenti a studiare scienza e tecnica, lo vogliano o no? Chiedere al governo che assuma gli scienziati per la ricerca scientifica? Restringere arbitrariamente la produzione di beni di consumo, e intanto creare nuove armi scientifiche? Destinare somme illimitate a progetti speciali, ignorando ogni altra necessità? Riservare le università soltanto a coloro di cui ci serve l’intelligenza? Imporre ai nostri studenti un carico di lavoro che danneggi la salute e la personalità? Rimuovere dai nostri istituti medi e dalle nostre università ogni elemento di scelta, ogni influenza dell’opinione pubblica, ogni residuo di libertà accademica?

Non dirò che l’una o l’altra scelta sian destinate al fallimento. Finora abbiamo optato per la soddisfatta inerzia, e non siamo ancora morti. I comunisti hanno optato per la direzione dall’alto, e se la son cavata, bene. Ma io non posso credere che qualcuno fra noi ritenga possibile l’una o l’altra scelta. La risposta sta semmai nelle qualità che qua dentro onoriamo. Di conseguenza, dobbiamo rivolgerci a cittadini quali voi siete, per risolvere la crisi odierna nel campo dell’istruzione. Dobbiamo spronare altri istituti perché seguano l’esempio del Loyola, un istituto che ha rielaborato i suoi programmi per far fronte alle necessità dell’era moderna.

Ogni anno, e per alcuni anni, il governo federale deve risolversi a destinare alla costruzione di nuove scuole almeno quanto spende per costruire una portaerei. Ma la quantità non basta. Né dobbiamo noi correggere le nostre insufficienze solo nel campo delle matematiche e delle scienze. Oggi la nostra ignoranza è spaventosa anche in altri settori: non conosciamo gli altri paesi, le altre lingue, le altre cul-ture, le altre religioni. Questo vale soprattutto per il Medio Oriente, l’Africa, l’Asia e Ceylon, e la Russia.

Dobbiamo rovesciare la tendenza d’oggi, per cui solo quattro su cinque studenti terminano gli studi medi, e solo due su cinque vanno all’università. Non possiamo continuare a pagare le nostre facoltà universitarie e i nostri insegnanti i quali formano l’intelligenza dei nostri ragazzi, meno di quanto paghiamo lo stagnino che ci accomoda il bagno. La responsabilità massima tocca al governo federale: costruzione di nuove attrezzature nelle scuole e nelle università; nuove borse di studio, materiale didattico, eccetera. Ma in sostanza la responsabilità tocca anche a voi, padri dei nostri futuri dirigenti, cittadini di una democrazia minacciata.

Se vi sembra meglio avere in casa detergenti più efficaci, o in garage una macchina coi parafanghi piú lunghi, anziché inviare tecnici nell’America Latina, i nostri scienziati son pronti ad accontentarvi. Se siete d’accordo con quanto ebbe a dire l’ex Segretario alla Difesa (“con la ricerca pura non si sa mai dove si va a parare”) allora i nostri scienziati possono senz’altro dedicarsı all’ invenzione di qualche aggeggio d’uso immediato. Se schernite gli intellettuali, se intralciate la strada agli scienziati, se premiate soltanto i primati nell’atletica, allora vi dico che il nostro avvenire è alquanto oscuro. Ma se invece voi ed io e tutti chiederemo migliore istruzione per tutti, politici e scienziati, diplomati e ingegneri, cittadini d’ogni mestiere, allora possiamo affrontare il futuro con speranza e fiducia.

Non bisogna disperarsi, ma agire. E non cerchiamo né la soluzione democratica né la soluzione repubblicana: cerchiamo la soluzione giusta. Non indaghiamo sulle colpe del passato. Accettiamo invece la nostra responsabilità per l’avvenire.