Articolo 5 NATO: quale scenario si prospetta in caso di attivazione

Il Trattato dell’Atlantico del Nord del 1949 è l’atto costitutivo dell’Organizzazione del Trattato Atlantico del Nord (NATO), un’organizzazione politico-militare il cui obiettivo principale è la difesa reciproca tra gli Stati firmatari (32 Paesi). Cardine del Trattato è l’Articolo 5,  il quale stabilisce che l’attacco armato “contro uno o più Stati in Europa o nell’America settentrionale è considerato come un attacco diretto contro tutte le parti”, di conseguenza ogni membro “assisterà la parte o le parti attaccate intraprendendo immediatamente, individualmente e di concerto con le altre parti, l’azione che giudicherà necessaria, ivi compreso l’uso della forza armata, per ristabilire e mantenere la sicurezza nella regione dell’Atlantico settentrionale.

La prima e unica volta in cui è stato invocato l’Articolo 5 è stato dopo l’attacco terroristico dell’11 settembre 2001, quando è iniziata l’operazione globale contro il terrorismo.

Tipologia di offesa

L’offesa deve essere significativa e di carattere militare, non è sufficiente un attacco di minore entità, come un attacco informatico. La risposta collettiva varia in base alla natura dell’attacco e può prevedere l’intervento militare diretto, il supporto logistico e di intelligence così come azioni diplomatiche o sanzionatorie. Viene scelto a livello nazionale in che misura contribuire, in base alle risorse disponibili.

Procedura di attivazione

Nel caso in cui uno o più Paesi NATO subiscano un attacco, viene convocato d’emergenza il Consiglio Atlantico del Nord (NAC) per discutere l’attivazione dell’Articolo 5. Istituito per “potersi riunire rapidamente in qualsiasi momento”, il NAC è il principale corpo politico dell’Organizzazione composto dai rappresentanti permanenti di ogni Stato membro. L’attivazione dell’Articolo 5 è possibile solo attraverso una votazione all’unanimità e ogni Stato può opporsi all’attivazione. In caso di intervento militare, è trasmessa la decisione al Consiglio di Sicurezza ONU. E “fino a quando [l’ONU] non avrà preso le misure necessarie per ristabilire e mantenere la pace e la sicurezza internazionale, le misure [operazioni NATO] non termineranno”.

La risposta di carattere politico, è tradotto in un piano tatticoazioni militari dal secondo corpo Comitato Militare NATO (NMC), composto da alti ufficiali militari di ogni stato membro della NATO, che fungono da rappresentanti militari della loro nazione (MILREP).

 La pianificazione operativa parte dal NMC che dà il mandato al Comando Supremo delle Forze Alleate in Europa (SHAPE) di attivare il Comando Operativo degli Alleati (ACO), centro operativo militare responsabile di tutte le operazioni NATO nel mondo.

Il Comandante Supremo Alleato in Europa (SACEUR) è il responsabile del SHAPE e dell’ACO; quindi, della pianificazione e attuazione di tutte le operazioni NATO. Inoltre, è anche il comandante dell’USEUCOM, ovvero del contingente militare statunitense di stanza in Europa.

L’ACO coordina le attività dei tre Quartier Generali NATO di livello operativo: Joint Force Command di Napoli (Italia) e di Brunssum (Olanda) e di Norfolk (USA). Oltre che le attività del Comando di Terra (LANDCOM – Izmir, Turchia), Comando di Aria (AIRCOM- Ramstein, Germania) e Comando di Mare (MARCOM – Londra, Gran Bretagna).

Risposta rapida

L’attivazione dell’Articolo 5 implica un attacco militare, quindi una risposta rapida è fondamentale. Il dispiegamento rapido è affidato alle Forze di Reazione Alleate (ARF), forza multi-dominio e internazionale: partecipano in questa mobilitazione rapida anche paesi non-NATO come Ucraina e Georgia. Le ARF (ex-NATO Response Force) sono in grado di mobilitare oltre 500.000 truppe attraverso nove Corpi di Dispiegamento Rapido (RDC, 2022), tra i 5 e i 30 giorni.  

L’Italia e la NATO

In Italia la spesa militare ammonta a 38 miliardi di euro, pari al 1,6% del PIL. Attualmente, il 59,4% della spesa per la difesa italiana è destinata al personale (pari a 22 miliardi di euro). Il personale militare attivo è di 161.850 unità (di cui Esercito 94.000, Marina 29.300, Aviazione 38.550). Il personale delle forze dell’ordine e paramilitari attive sono 178.600 unità, mentre i riservisti sono 14.500 (2024).

Il Capo di Stato Maggiore della Difesa, il Generale Luciano Portolano, nel corso dell’audizione davanti alle commissioni riunite Esteri e Difesa di Camera e Senato il 25 marzo ha dichiarato che l’Italia è attiva con “39 tra missioni e operazioni internazionali che prevedono una consistenza media di 7.750 unità, un contingente massimo autorizzato di 12.100 unità”. La norma che regola la partecipazione dell’Italia alle missioni internazionali è la Legge 145/2016. Il 25 gennaio 2025 il Consiglio dei ministri con la Legge 168/2024 l’ha modificata  per “ rendere il procedimento di autorizzazione e finanziamento delle missioni internazionali italiane più snello e più rispondente alle rapide evoluzioni del contesto geo-politico internazionale”, riporta il comunicato di Palazzo Chigi.

L’obiettivo, infatti, è di agevolare la possibilità di riposizionare uomini e mezzi nelle stesse aree di intervento internazionale e individuare forze ad “altissima prontezza operativa” da impiegare in contesti di emergenza, istituendo una procedura accelerata con decisione delle Camere entro cinque giorni dalla deliberazione del Consiglio dei ministri. La critica principale rivolta alla modifica si concentra sulla diminuzione del ruolo delle Camere con la diminuzione dei giorni di discussione, e sul riposizionamento di truppe, anche in contesti di peacekeeping, facilitando l’utilizzo di risorse militari italiane in caso di conflitto.

La ‘necessità’ di una mobilitazione rapida, e l’aumento delle tensioni tra i Paesi del fianco est NATO e la Russia, suggerisce una disposizione politica verso una preparazione tattica in caso di conflitto diretto. L’Operazione Eastern Sentry, lanciata dalla NATO il 12 settembre dopo la violazione dello spazio aereo polacco tra il 9 e il 10 settembre da parte di presunti droni russi, prevede il trasferimento in Polonia di nuovi sistemi anti-drone e armamenti per individuarli e abbatterli, oltre che il trasferimento di caccia multiruolo da parte di paesi alleati. Inoltre, la Polonia ha mobilitato 40mila militari al confine con la Bielorussia – secondo il governo polacco in risposta all’esercitazione congiunta Russia-Bileorussia “Zapad 2025” svoltasi tra il 12 e il 16 settembre – e chiuso lo spazio aereo senza limiti di tempo.

Il confronto diretto sembra essere diventato una possibile soluzione e la copertura, spesso di parte, dei canali d’informazione tradizionali porta ad una percezione della minaccia quasi imminente. Potrebbe essere un modo per abituare le popolazioni dei Paesi NATO al dispiegamento di caccia e alla mobilitazione di truppe, nell’ottica di un ipotetico confronto diretto con la Russia.