La truffa della sicurezza

La cosiddetta “truffa della sicurezza” può essere interpretata come un fenomeno comunicativo e politico sempre più diffuso, nel quale una parte della popolazione viene esposta a narrazioni semplificate dei problemi sociali e globali. Tale dinamica si sviluppa all’interno di un contesto comunicativo caratterizzato da una crescente polarizzazione e da una diffusione sistematica di contenuti basati sull’emotività e sull’ostilità.

In questo quadro, le persone, preoccupate e senza prospettive, tendono ad aderire a forme di rassicurazione semplificata. I problemi complessi vengono ridotti a pochi fattori chiaramente identificabili, presentati come immediatamente comprensibili e accessibili, senza un reale invito alla riflessione critica o alla considerazione della complessità strutturale dei fenomeni.

Tuttavia, si presenta una contraddizione interna: i medesimi problemi, pur essendo descritti come semplici e chiaramente individuabili, persistono nel tempo senza soluzioni definitive, sollevando interrogativi sulla solidità delle narrazioni proposte da governi “illuminati”.

All’interno di alcune narrazioni politiche, viene attribuito ai trattati e alle convenzioni internazionali un ruolo di ostacolo rispetto alla realizzazione di un ordine sociale percepito come più stabile e pacificato. In questa prospettiva, tali strumenti giuridici vengono interpretati come vincoli all’azione sovrana degli Stati e, di conseguenza, come limiti a possibili progetti di riforma politica su larga scala.

Da ciò emerge uno dei grandi paradossi della democrazia: la possibilità che una società scelga liberamente di rinunciare, poco alla volta, agli strumenti che la rendono democratica. La paura, trasformata in consenso politico, diventa il mezzo attraverso cui i diritti vengono percepiti come ostacoli e le garanzie come limiti da superare.

In tale contesto, le persone migranti occupano una posizione centrale. L’indirizzo delle politiche migratorie adottate dall’Unione europea è incompatibile con il diritto internazionale e con i principi di tutela della dignità umana. Emergono tensioni tra i temi sicurezza, sovranità e diritti fondamentali. Le basi dell’Unione Europea, così come quelle del diritto internazionale, sono state compromesse irrimediabilmente.

I conflitti armati sono spazi caratterizzati da assenza di tempi e regole, nei quali sono condotte sperimentazioni, test di sistemi d’arma e monitorati i risvolti legali su piccola scala, per poi applicarli su larga scala alle popolazioni.

Le persone migranti risultano particolarmente esposte a tali dinamiche, anche in ragione della minore attenzione pubblica e della loro posizione strutturalmente vulnerabile nei contesti geopolitici contemporanei.

All’interno di questa cornice interpretativa, l’Unione Europea e i Paesi occidentali sono protagonisti di un progressivo indebolimento di alcune garanzie normative fondamentali. Tale processo si inserisce in un contesto più ampio di ridotta consapevolezza civica e politica da parte dei cittadini, che spesso non percepiscono pienamente il proprio ruolo all’interno delle dinamiche globali.

Ne deriva una domanda: in che modo è possibile spiegare una condizione diffusa di disinteresse verso la dimensione collettiva?

Una possibile interpretazione, parte dal sistema educativo. Nelle scuole non si insegna a essere cittadini, ma a diventare prodotti di una filiera produttiva, osannata come sistema di libertà. Uno schiavo che loda le catene che lo tengono in cattività.

Alla luce di tali considerazioni, emerge l’esigenza di un rafforzamento dello spirito critico individuale e collettivo. Tale obiettivo implica la riscoperta dello spirito critico attraverso la domanda, la contestazione, il “no”, e del confronto argomentativo come strumenti fondamentali della partecipazione democratica. In questo senso, la riflessione critica rappresenta un elemento essenziale per la tutela dei diritti e per la salvaguardia delle condizioni democratiche. Salviamo chi oggi è obiettivo di politiche repressive per salvare noi stessi.